Come donne in nero di Padova desideriamo condividere informazioni e riflessioni intorno alla guerra.

Crediamo che la guerra mostri oggi la sua totale crudeltà e inutilità.

06 settembre 2017

UN PIANETA ILLEGALE?

Condividiamo questo articolo di FLORIANA LIPPARINI apparso il 4 settembre su:
https://www.pressenza.com/it/2017/09/un-pianeta-illegale/
Ci sembra che tracci con chiarezza la realtà odierna delle migrazioni e smascheri l'ipocrisia, l'inettitudine e la crudeltà delle classi politiche europee.


Chi sono le persone chiuse negli inferni libici? Quante sono? Quante donne, quanti bambini? Quali sono le loro condizioni? Vengono rispettati i loro diritti? Hanno voce per parlare? Possono le organizzazioni umanitarie visitarle? A quanto sappiamo, a quanto abbiamo visto anche solo con i Cie qui in Italia, queste sono tutte domande retoriche. Lì non si entra, sono luoghi off limits. Questa è la tremenda illegalità che per prima va rifiutata. Lì accade di tutto e tutto il mondo lo sa.
A questo punto dobbiamo andare oltre la sacrosanta e inascoltata richiesta di aprire corridoi umanitari, che anche con la nostra Rete femminista “No muri, no recinti” abbiamo da tempo indirizzato alle commissioni europee. Adesso tutte le associazioni e i gruppi di solidarietà con i migranti dovrebbero unirsi per fermare l’orrore del patto disumano negoziato dall’Europa sulla pelle di milioni di profughi innocenti. Dietro l’ipocrisia del finto aiuto a casa loro, quello che li aspetta nei fatti è un enorme campo di reclusione pagato a suon di miliardi. I criminali carcerieri di ieri trasformati oggi in giudici e custodi, autorizzati dalla comunità internazionale. Oltre alla Libia e ieri la Turchia, anche il Niger e il Ciad si sono messi in fila alla cassa europea per riscuotere il prezzo di una vera e propria taglia sulla testa del popolo migrante.
Sembra un brutto sogno, ma purtroppo è una devastante realtà, incluso ciò che avviene a casa nostra, nelle nostre strade e nelle nostre piazze. Quelle donne brutalmente colpite, quei bambini, quegli uomini disperati non sono comparse, utili ad alimentare la bulimia di commentatori politici sempre in onda, con occhi vuoti da robot addestrati alla guerra contro chi non possiede nulla se non il proprio fragile corpo. Ma gli esseri umani questo sono: infinitamente fragili e vulnerabili. Non occorre l’uragano Harvey per saperlo. Basta molto meno. Quelle donne, quei bambini, quei disperati grandeggiano proprio perché nella loro esposta fragilità sono pienamente umani, come forse noi non riusciamo a essere più.
Noi chi? C’è dunque un ‘noi’, c’è dunque un ‘loro’? Queste categorie che segnano la frontiera dell’umanità ci stanno avvelenando nel profondo. Ogni volta che i nomi scompaiono, che le singole vite s’ingolfano nella moltitudine indistinta che ci guarda e che senza vedere guardiamo, perdendo la possibilità della relazione fra persone perdiamo il senso dell’esistere. Anche così nascono le guerre.
Dobbiamo invece guardarle ad una ad una le persone schiacciate a terra come insetti sotto il getto violento degli idranti. Di fronte al potente alibi della legalità invocata come unico metro di valore e di giudizio, corpi, vite e storie arretrano, scomparendo in un’ombra anonima, ma quegli esseri umani abbattuti dagli idranti perché “illegali” sono profughi eritrei ed etiopi che avremmo dovuto accogliere in maniera dignitosa secondo le leggi e le norme internazionali sui diritti umani. Non lo abbiamo fatto. Abbandonati a se stessi, dove avrebbero dovuto mettersi a dormire, dove lavarsi, dove cucinarsi un pasto? Noi dunque li abbiamo resi “illegali”, così come siamo noi a rendere “clandestini” i migranti cosiddetti economici avendo chiuso ogni canale regolare di accesso.
Insomma, stiamo spingendo una marea crescente di persone in una sfera forzata di illegalità, tra i “reietti dell’altro pianeta”, come quelli che Ursula K. LeGuin ha descritto nei suoi libri visionari, anticipando la realtà a venire. Se salvare vite umane è illegale, se accogliere chi fugge dalla miseria, dalla fame e dalle malattie è illegale, se voler dare un tetto a chiunque non ce l’abbia è illegale, se volersi sottrarre allo sfruttamento delle multinazionali è illegale, se volersi riappropriare dei beni comuni è illegale, se accettare il nomadismo come una delle mille forme di libertà è illegale, se aprire le frontiere è illegale, allora quella che chiamano oggi illegalità si rivela invece un ultimo spazio di giustizia, di umanità e di libertà.
Forse, come hanno tentato di fare con le Ong additandole al pubblico sospetto, zelanti autorità di governo italiane ed europee cercheranno di spingere in quella sfera di pretesa illegalità anche tutti coloro che volendo “restare umani” decidono di disobbedire alle strategie progettate per chiudere la nostra parte di mondo in un recinto protetto. Di qua i “legali”, di là gli “illegali”, ossia i poveri, i reietti, ma anche i disubbidienti, in attesa di avere a disposizione un pianeta-colonia dove esiliarli.
Se sono questi gli scenari che si profilano, prende sempre più senso partire dalla straordinaria capacità delle donne di saper abbattere i recinti millenari in cui sono state costrette e di continuare a farlo da capo ogni volta che il sistema tenta di ricostruirli. Tutto è collegato in questo neoliberismo patriarcale costruito sul dominio che schiaccia e omologa. La violenza sui corpi delle donne, la violenza sui migranti, la violenza sui poveri e sui diversi. Ai suoi mille tavoli sparsi nel mondo, nelle partecipatissime assemblee, la magnifica marea di NiUnaMenos ha saputo con forza denunciarne le cause e svelarne gli intrecci. In mille realtà locali le donne nelle associazioni lavorano a una vera accoglienza, oltre i divieti e le chiusure, oltre le paure, oltre le frontiere.
“No muri, no recinti” abbiamo gridato, parlando non solo di noi stesse, ma di ogni creatura e di tutte le diversità. Ora però dobbiamo aggiungere molto altro. No patti con dittatori, capibanda e signori delle guerre. No lager africani. No soldi per coprire violenze, stupri e torture. No rapine delle risorse nel sud del mondo. No produzione e commercio di armi. Perché tutto questo sì che è illegalità, quella vera e globale.


06 agosto 2017

PIETA' L'E' MORTA?

Marco Revelli risponde a Marco Travaglio e agli SPECIALISTI del DISUMANO

"Noi veniamo dopo" scriveva George Steiner nel 1966, "Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz". Anche noi "veniamo dopo". Dopo quel dopo. Sappiamo che un uomo può aver letto Marx e Primo Levi, orecchiato Marcuse e i Francofortesi, militato nel partito che faceva dell'emancipazione dell'Umanità la propria bandiera, esserne diventato un alto dirigente, e tuttavia, in un ufficio climatizzato del proprio ministero firmare la condanna a morte per migliaia e migliaia di poveri del mondo, senza fare una piega.


Quanto sta accadendo in questo inizio torrido di vacanze è una vera apocalisse culturale. Un rovesciamento di tutti i valori nel pieno di una catastrofe di massa. Difficile credere ai propri occhi e alle proprie orecchie. Che "Dagli al Samaritano!" potesse diventare l'incitamento più diffuso nei media e in politica nel pieno dell'Occidente cristiano è davvero uno shock imprevisto. Governi e Stati che grondano sangue da ogni centimetro dei loro corpi informi mettono sotto processo i pochi - e i soli - che si dedicano al salvataggio delle vite umane nel compiaciuto silenzio di un giornalismo senz'anima. Il vizio che pretende di mettere alla sbarra la virtù, la irride e calunnia, dalle prime pagine dei quotidiani mainstream e dalle Cancellerie dei governi europei. Il salvataggio delle vite trasformato in vergogna e crimine: "crimine umanitario", concetto coniato dallo stesso manigoldo che - ha ragione Saviano - aveva contribuito a suo tempo a mettere in circolo l'oscena espressione "guerra umanitaria".
Diciamolo una volta per tutte: non c'è un gran differenza tra il fascista ungherese Orban e il post-comunista italiano Minniti. 


Alzare muri di filo spinato alle proprie frontiere o costruire muri diplomatici al confine del deserto, nella sostanza, non cambia la natura della cosa: forse è più letale la seconda tecnica, perché consegna ai tagliagole delle tribù del Sael e del Fezzan uno jus vitae ac necis su uomini, donne, bambini, che scompariranno silenziosamente, lontano dai nostri sguardi delicati, fuori dalla portata d'azione delle famigerate Ong che s'intestardiscono a voler salvare vite.

Denunciamoli, questi nuovi "specialisti del disumano", al Tribunale dei popoli.


13 luglio 2017

APPELLO : SALVARE LE VITE PRIMA DI TUTTO


«L’Europa nasce o muore nel Mediterraneo». Scriveva già decenni fa Alex Langer. 
Con questa stessa frase nel 2015 si chiamarono a raccolta le forze sane di questo paese per fermare la strage di migranti in mare. 
Ma le stragi sono continuate, anche nell’indifferenza. Un naufragare continuo arginato in parte dall’intervento della Marina, della Guardia Costiera e, soprattutto delle Ong. 


Gli arrivi di questi ultimi giorni, in assenza di un sostegno reale anche nell’accoglienza da parte dell’UE, sono divenuti un alibi per il governo italiano che ha comunicato alla Commissione Europea l’intenzione di chiudere i propri porti alle navi delle organizzazioni umanitarie. 
Un simile atto di barbarie non può essere accettato da nessuno, indipendentemente dalle singole posizioni politiche o ideologiche. Si condannerebbero con cinismo immorale a morte migliaia di persone sospese fra le persecuzioni subite nei paesi di origine, quelle patite in Libia e il diritto alla salvezza. 
Occorre che l’UE si assuma responsabilità e che prenda decisioni coraggiose ma in linea con i principi morali che ispirano le loro costituzioni e le stesse fondamenta su cui poggia ciò che resta del sogno europeo. Ma occorre anche che, nel frattempo, non si neghi a donne, bambini e uomini di trovare riparo nei nostri porti, in nome di calcoli elettorali o degli allarmi esasperati degli imprenditori della paura.


Ed è in nome di questo necessario sentimento di umanità che ci appelliamo a tutte e a tutti. Troviamo insieme forme e modi per far sentire nelle nostre città, davanti alle prefetture, ai porti, la voce troppo spesso rimasta isolata di chi non vuole essere ancora complice di ulteriori misfatti. Verrà presto il tempo delle decisioni politiche, nazionali e dell’unione, verrà la necessità di uscire da un approccio emergenziale e proibizionista che porta soltanto a riempire ogni giorno sempre di più quella fossa comune che è oggi il Mediterraneo Centrale. Ma oggi, qui e ora, dobbiamo decidere, anche individualmente, da che parte stare. Verrà il giorno che di questo immenso crimine si dovrà rendere conto e nessuno di noi potrà dire “io non sapevo”. 
Sappiamo e dobbiamo avere la dignità di decidere se restare umani o scivolare nella normalità della barbarie, quella che non fa più notizia e non smuove più alcuna coscienza.




PER ADESIONI: stefano.galieni@rifondazione.it

28 giugno 2017

Una giustizia femminista per rispondere alle molteplici violenze contro le donne


“Sono morta il 15 Agosto del 1992.
Sono viva perché ho bisogno di raccontare la verità”
Una testimone del Tribunale delle Donne di Sarajevo


APPELLO AD UNA RIFLESSIONE COMUNEpello ad una riflessione comun
Come Donne in Nero di Padova e come Rete italiana delle Donne in Nero stiamo riflettendo sulla giustizia in un’ottica femminista a partire dall’esperienza del Tribunale delle donne, svoltosi a Sarajevo nel maggio del  2015, e di altre esperienze di tribunali delle donne, anche se articolati in modo diverso e con finalità diverse. (Dopo il primo tribunale delle donne, istituito nel  1992 a Lahore in Pakistan, ne sono stati organizzati quasi 40, ricordiamo quello del 2000 a Tokio per le comfort women, nel 2001 a Città del Capo, nel 2006 a Mumbai e nel 2009 a Bangalore in India, in California nel 2012 sulla situazione delle donne povere, bianche e nere…).


Nella sessione del Tribunale di Sarajevo, a cui alcune di noi hanno partecipato, sono state presentate le testimonianze delle violenze subite dalle donne a partire dall’inizio delle guerre nei Balcani nel 1991 ad oggi. La necessità di istituire il Tribunale delle donne è stata motivata dalle risposte inefficaci e insufficienti che le donne hanno ricevuto dalle istituzioni, compreso il Tribunale internazionale de L’Aia per la Jugoslavia: infatti le donne che sono riuscite a parlare in tribunale hanno verificato l’assenza di ascolto o, per lo meno, un ascolto malevolo.
Le testimonianze delle donne hanno evidenziato e condannato il patriarcato locale e il sistema socio-economico sia durante la guerra sia dopo; è emersa infatti una continuità tra violenza durante la guerra e violenza nel dopoguerra, se durante la guerra il corpo della donna è diventato un campo di battaglia, dopo la guerra diventa una merce qualunque senza valore e superfluo nel mercato della privatizzazione. La violenza sulle donne assume dunque il significato di paradigma di ogni altra forma di violenza.
Dall’esperienza dei tribunali delle donne risulta che, in un’ottica femminista, non è sufficiente individuare i responsabili delle ingiustizie subite, ma è necessario:
- un ascolto empatico e solidale con le donne che raccontano le loro esperienze;
- il riconoscimento delle capacità di resistenza delle donne di fronte alle esperienze di violenza e alle loro conseguenze;
- l’individuazione di responsabilità collettive, strutturali, degli stati, dei governi, delle istituzioni a vari livelli, allargando lo sguardo oltre le responsabilità dei singoli mediante una riflessione comune sulla giustizia da un punto di vista femminista.
L’insufficienza della giustizia penale, che emargina e toglie voce alle vittime, e il riconoscimento dell’ingiustizia, fanno parte dell’approccio femminista alla giustizia: è la testimonianza dell’ingiustizia che deve stare al centro del procedimento, è essa a definire il reato. Ma per attuare questa nuova forma di giustizia è imprescindibile stabilire relazioni tra gruppi e singole diverse, praticare l’ascolto empatico e solidale che pone al centro l’esperienza delle donne senza atteggiamenti giudicanti, la chiamata ad una responsabilità collettiva che produce conoscenza e aumenta iniziative e azioni.

L’approccio femminista alla giustizia, nell’esperienza della ex-Jugoslavia e di altre regioni, rappresenta una esperienza preziosa, che secondo noi va raccolta e rielaborata di fronte alla violenza che le donne subiscono anche qui da noi in un tempo cosiddetto pacificato (violenza sessuale fuori e dentro la famiglia, prostituzione forzata e riduzione in schiavitù, violenza economica, violenza legata al militarismo…).

Come Donne in Nero desideriamo riflettere confrontandoci con le esperienze di chi subisce la violenza e con gli studi prodotti dalle femministe, mettendo a disposizione delle persone interessate ad approfondire queste tematiche, le nostre esperienze e i materiali scritti e video di cui disponiamo.


Donne in Nero di Padova